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venerdì 25 gennaio 2013

Nuovi mondi

Il panorama era molto diverso dall'ultima volta in cui Luke percorse la strada che da casa sua portava a quella di Matthew. Un cielo terso impreziosiva la notte, splendente della luce lunare. I centri abitati erano lontani, ad eccezione di qualche minuscolo paese arroccato sulle colline e circondato dai vigneti. Sembrava che il cielo non finisse mai: in alto brillavano le stelle, in basso le luci arancio dei piccoli villaggi e di qualche casa isolata. Le viti spoglie, si distendevano in lunghi filari, aggrappandosi alla struttura portante realizzata con estrema cura: pali in legno, fil di ferro o flessibili rami di salice intrecciati dalla sapienza antica della gente di quelle terre.
In pochi minuti, Luke giunse a destinazione e, ancora più svelto, occupò la sua poltrona in salotto, visibilmente compiaciuto del tepore casalingo offerto dall'immancabile caminetto scoppiettante. Matthew lo stava aspettando. Si erano visti pochi giorni prima, subito dopo il suo ritorno, ma questo non sminuiva il suo entusiasmo all'idea di passare un po' di tempo con l'amico.
Tra un abbraccio, qualche battuta e due sorsi di vino, il discorso tornò sul recente ritorno di Matthew.
 «Immagino abbia conosciuto molte persone.», cominciò Luke.
 «Vero. Ti dirò che ne ho conosciute molte, anche se i rapporti più continuativi che avevo erano con i colleghi.».
 «Stavi sempre con loro?».
 «Sì, passavo molto tempo con loro, alcuni non hanno una famiglia e quindi avevano più tempo libero dopo il lavoro, come me.», osservò Luke. «Tuttavia, le persone che mi hanno saputo sorprendere maggiormente sono state quelle che ho conosciuto per caso, quelle che ho visto una volta sola e di cui, magari, non so neanche il nome.». 
Luke sorrise. Amava questo discorso, l'aveva fatto più volte con Matthew, prima che lui partisse. Eppure l'amico non riuscì mai a comprenderlo fino in fondo. «Finalmente mi capirai se riparleremo di quel vecchio discorso!»
 «Ammetto di aver pensato proprio a te in quei momenti.», disse Matthew, mentre Luke continuava a ridere. «Te lo assicuro! Non lo nascondo, hai proprio ragione!».
 «So perfettamente di avere ragione, caro Mat! Quelle persone, quelle che vedi una volta, quelle di cui non sai neanche il nome, sono persone che per te non valgono nulla. Così come tu non vali niente per loro. E' proprio per questo che farai con loro i discorsi più belli... che interesse hanno nel tenerti nascosto qualcosa? Nessuno. Neanche ti racconteranno bugie: non ne hanno bisogno.», sentenziò Luke.
 «Hai ragione. E io ho provato la stessa sensazione: perché non avrei dovuto essere sincero con loro? Potevo raccontar loro tutta la mia vita, tanto non sapevano nemmeno chi ero.», ricordò Matthew.
 «Proprio così. Finisci per conoscere un'infinità di idee che fino cinque minuti prima non ti saresti neanche sognato.».
 «E' come se conoscessi un nuovo mondo ogni volta che incontri una nuova persona.».
Luke sorseggiò il vino rosso. «Chissà chi erano. Le loro vite sono storie su cui si potrebbero scrivere libri interi... e questo vale per ognuno di noi.», disse felice.
 «Mi piace questa metafora. Ci sono arrivato tardi, ma l'ho capito anch'io.», rifletté Matthew.
Era vero. In effetti non sarebbe difficile vedere la propria vita come un romanzo in continua evoluzione, ma pensare che è così per ogni persona, sconvolgeva Matthew. «Pensa quante cose potrebbe raccontare ogni singola persona. Quante esperienze! Tutte uniche!», disse. «Ci sono miliardi di persone e tutte hanno una vita intera da raccontare. E' una cosa bellissima, quasi infinita. Difficile da immaginare.».


"Chissà chi erano. Le loro vite sono storie su cui si potrebbero scrivere libri interi... e questo vale per ognuno di noi."

Andrea


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giovedì 24 gennaio 2013

Al di sotto della superficie


C'è davvero un momento giusto?

Mi hai portato a credere che un giorno ci saresti stata per me. Magari quando ci sarebbero state le giuste condizioni, quando sarebbe arrivato un momento migliore per te. Ho continuato ad osservarti, tentando di cogliere chissà che segno e mi sono chiuso nel dolore del mio cuore. Eppure, il momento giusto non è mai arrivato.
Finché un giorno tutto finì. Ho smesso di aspettare, di cercare quel segno e ho iniziato a dimenticare quale fosse quella forza che continuava a tenermi vicino a te. Sono scomparso nel buio, il buio è diventato dolore che non se n'è mai andato fino a quando tutto ciò che rimaneva di noi fu sepolto in fondo al mio cuore.

Abbiamo solo un'idea di come sarebbero putute essere le cose, una scarna e fragile idea nascosta dietro un velo di segreti mai rivelati. E' triste pensare che ho sempre saputo che stavi cercando le parole giuste, che stavi aspettando il momento in cui finalmente avresti potuto rialzare la testa. Ma quel momento non è mai arrivato, mi avresti solo fatto altro male a causa della mia fragilità.
Finché un giorno tutto finì. Hai smesso di aspettare, di cercare quel segno e hai iniziato a dimenticare quale fosse quella forza che continuava a tenerti vicina a me. Sei scomparsa nel buio, il buio è diventato dolore che non se n'è mai andato fino a quando tutto ciò che rimaneva di noi fu sepolto in fondo al tuo cuore.

Urlerei solo per avere l'illusione di essere ascoltato, come se stessi urlando alle stelle. Non smettevo di farmi del male pensando e ripensando, solo per provare qualcosa. Non avresti mai detto quelle parole. Continuavi a cercarmi ma non potevi trovarmi. Non potevi. C'era sempre qualcosa da nascondere.

Finché un giorno tutto finì. Ho smesso di aspettare, di cercare quel segno e ho iniziato a dimenticare perché ti ero rimasto vicino così a lungo. Sono scomparso nel buio, il buio è diventato dolore che non se n'è mai andato fino a quando tutto ciò che rimaneva di noi fu sepolto in profondità, al di sotto della superficie.

Andrea

Commento: in questo testo ho riscritto in forma di lettera il testo della canzone "Beneath the Surface", autore: John Petrucci (Dream Theater). Album: "A Dramatic Turn of Events".

mercoledì 16 gennaio 2013

Mamma, dove sei?


Era sera tardi e Will era solo in casa. Aveva appena dieci anni, ma era un tipo davvero sveglio. Mise una piccola pentola piena d'acqua sui fornelli e accese il fuoco aspettando di bere il solito bicchiere di tè caldo, come ogni sera prima di andare a dormire. La madre era andata a parlare con i vicini, forse per qualche problema, ma Will non aveva capito.
Fu quando era già seduto al tavolo che tutto ebbe inizio. Stava girando il cucchiaino nel tè per sciogliere lo zucchero quando la luce si spense. Will, preso di sorpresa, riuscì comunque a ricordarsi cosa faceva la mamma quando andava via la luce. Il quadro elettrico si trovava vicino alla porta d'entrata, a stento visibile grazie ad una fievole luce che dall'esterno filtrava attraverso le persiane chiuse. Gli oggetti intorno al bambino sembravano diversi, sfumavano gli uni negli altri colorati di blu e nero.
Dei rumori... provenivano da fuori, un'ombra si mosse davanti alla finestra della cucina. Will si fermò. All'improvviso sentì che qualcuno stava provando ad aprire il portoncino che dava sul giardino. Lo sentì grugnire qualcosa di incomprensibile quando si accorse che era chiuso dall'interno e Will fu colto dal panico. Lasciò il bicchiere sul tavolo, ma cadde in mille pezzi. La mamma non c'era, era solo, cosa poteva fare? Aveva solo tanta paura. Inciampando nel buio, si diresse verso l'unico posto in cui si sarebbe sentito al sicuro, la sua camera. Era sufficiente salire le scale, prendere la seconda porta sulla sinistra del corridoio e chiudersi dentro. Forse ce l'avrebbe fatta.
Uno schianto secco e la porta d'ingresso si aprì. Will, mentre correndo raggiungeva le scale, vide con la coda dell'occhio cosa stava succedendo nell'ingresso. Non era entrata una persona. Non era riuscito a capire cosa fosse, ma di certo non era un uomo, solo una forma nera e indistinta. In ogni caso, non poteva stare a guardare, gli importava solo correre. Arrivato a metà delle scale il piede sinistro impattò contro un gradino, sentì un forte dolore alla caviglia, ma non ci badò troppo. Quella cosa era lì dietro, doveva fare in fretta a raggiungere la sua camera. Alzarsi fu difficile, aveva male, ma doveva farcela. Qualcosa gli afferrò i pantaloni. Will gridò. Senza sapere come, riuscì a liberarsi e corse su per le scale, ma uno strattone gli strappò un lembo della maglietta, rallentandolo ancora.
Will piangeva. Non vedeva nulla, in cuor suo sapeva che arrivare alla sua camera era ormai quasi impossibile, ma una strana forza dentro di lui lo spinse a non mollare. Era nel corridoio. Con una mano toccò la porta della stanza dei genitori e, subito dopo, trovò la sua. Vi entrò e chiuse la porta, sembrava un miracolo. Mentre girava la chiave, qualcosa andò a sbattere contro il legno dall'altra parte. Quella cosa continuò a colpire la porta con rabbia, ogni colpo riempiva il cuore di Will di nuovo terrore. Cos'avrebbe fatto ora? Eppure quello era il suo mondo, nella sua camera nessuno poteva fargli del male.
All'improvviso sentì una voce. Era la mamma! Lo chiamava, era lì vicino! Provò a rispondere ma non ne fu in grado. Continuava a sentire la voce della mamma ripetere il suo nome finché, d'un tratto, la luce tornò. Era nel letto, piangeva, ma la mamma era davvero lì. Lo abbracciò e gli teneva la mano. "E' tutto finito Will.". Il bambino continuava a piangere aggrappandosi al pigiama della madre. "Era solo un brutto sogno... la mamma è qui con te."

Andrea

lunedì 14 gennaio 2013

Una scelta difficile

Sotto le stelle i sensi si addormentano cullati dall'oscurità. E' il momento dei pensieri.
A scontrarsi, sono la ragione e il sentimento. E' tempo di scelte.

Quanto è difficile prendere una decisione? E' difficile capire quale sia il sentiero giusto, mettere d'accordo il cuore con la ragione e infine agire. Agire secondo volontà, secondo la tua scelta.
In fondo si rischia sempre: ci si può far male, si possono ferire altre persone o entrambe le cose. Si potrebbe discutere per ore su quanto questo sia legittimo. E' giusto che tu possa decidere su cose che possono influire anche su altri? Per quanto sia giusto o no, questo succede. Succede sempre.

Meritevoli di una grande stima sono le persone che riescono a prendere scelte importanti e, ancora di più, coloro che riescono a perseverare in tal senso, coloro che riescono davvero a vivere secondo ciò che hanno deciso.

..perché si è da soli di fronte alle scelte.


Andrea

sabato 12 gennaio 2013

La nostra Foresta

Ho camminato a lungo, da solo, nella Foresta.

In tutto questo tempo ho imparato a conoscere molti aspetti di un luogo così inospitale. Ho incrociato tante vite nel mio vagare senza meta: uomini sconosciuti, lepri, cerbiatti, uccelli, insetti, alberi.

In ognuno di loro ho saputo trovare un’utilità pratica, un fine che desse significato alla piccola vita di cui erano in possesso. Per questo motivo inizialmente li amavo. Li amavo tantissimo perché avevo di loro una visione esterna e tutto sembrava, in tal modo, fantastico… ogni vita funzionava perfettamente.

Passava il tempo.
Io continuavo a vivere nella Foresta. Non c’era un’uscita. Tutto era Foresta.
Continuando il mio cammino accrescevo il mio sapere. Allora il punto di vista era per me diverso… qualcosa cambiava intorno a me.
Anzi, ora comprendo che ero io che stavo cambiando.
Crescevo. Il mio corpo non era più abbastanza piccolo per passare inosservato. Gli animali percepivano la mia presenza, gli altri uomini mi parlavano e mi istruivano selvaggiamente, le piante ostacolavano il mio cammino. I rami che un tempo erano altissimi, graffiavano il viso.
Perché così ostili?
Perché io ero solo, così come ognuno di loro? Eppure eravamo tutti insieme.
La mia coscienza mi consigliava una via da seguire e io mi sono fidavo di lei. Era la mia coscienza, non poteva farmi del male.

Il tempo è passato e in questo momento scorre.
Continuo a vivere nella Foresta. Non c’è un’uscita. Tutto è Foresta.
Non posso smettere di camminare, questi posti a volte non mi piacciono. In passato li amavo tutti.
Adesso sono diverso e li vedo diversi. Sono sempre le stesse bestie, gli stessi selvaggi, le stesse rudi piante di un tempo, ma ora fatico a sentirle una parte di me.
Soprattutto, fatico a sentirmi parte di loro.
Vorrei trovare un’uscita o qualche indizio che mi faccia pensare che non tutto sia Foresta.


Andrea

venerdì 11 gennaio 2013

Addio


 «Non vorrai ubriacarti così in fretta?», scherzò Luke. Matthew si era appena seduto e aveva già scolato un bicchiere.
 «Sbaglio o sei stato tu a proporre di bere?»
 «Accidenti, Mat, non ti ho detto di finirti la bottiglia!»
Per tutta risposta, Matthew si riempì il secondo bicchiere. Aveva visto bottiglie simili a quelle, diventare le migliori amiche di molti uomini, ma non era quello il suo caso. Si voleva godere il ritorno e un pizzico di calore in più non avrebbe guastato l'ambiente. Non se lo aspettava, ma tornare non gli aveva portato la ventata di felicità che si sarebbe aspettato. Piuttosto, era diventato più cupo.
 «Sai Luke... E' bello essere di nuovo qui, ma stranamente, ora che ci sono, non penso tanto a ciò che sto ritrovando. E' come se qualcosa dentro di me continuasse a guardare indietro, alle cose che ho lasciato.».
Luke conosceva l'amico da quando erano giovani, capì in fretta che quella sera aveva bisogno di liberare qualche pensiero. A volte succedeva che Matthew fosse più pensieroso del solito ed era lecito aspettarselo in una tale occasione. Non sempre, infatti, un cambiamento così grande nella vita di una persona, portava a reazioni esclusivamente positive. Qualsiasi cosa l'amico avesse in mente, Luke l'avrebbe ascoltato, come sempre.
 «Queste cose che hai lasciato immagino siano più "persone" che "cose"», iniziò Luke.
 «Sì, esatto. Lasci legami di ogni tipo. Il che non è un grande problema, potrò contattare e rivedere moltissime persone se lo volessi.»
 «Però?»
 «Però non è così per tutti, Luke.»
 «Non capisco, Mat, cosa ti impedisce di prendere un qualsiasi aereo e tornare laggiù?»
 «Niente me lo impedisce, ma non è questo il punto.». Matthew sospirò mentre Luke continuava a non cogliere.
Troppi ricordi affollavano la mente di Matthew. Si prese una pausa e bevve un altro sorso. Iniziava a sentire l'effetto del whiskey, le emozioni più intense. Decise che non avrebbe raccontato di lei, meglio farlo in un'altra circostanza, ma non avrebbe cambiato discorso.
 «Hai mai vissuto un addio, Luke?», chiese Matthew con gli occhi puntati sull'amico. Sapeva già la risposta: Luke raramente si era allontanato dalle sue terre, non aveva avuto occasione di separarsi da qualcuno senza che lo volesse.
Dopo un momento di silenzio, Luke chiese: «C'è una persona che non potrai rivedere?».
 «Sì.»
 «Immagino sia per scelta di almeno uno dei due.»
 «Esatto. Non è una scelta mia, sai bene che difficilmente taglio i rapporti con le persone, però mi rendo conto che potrebbe essere la via più giusta.»
Luke aspettò ulteriori spiegazioni, che, tuttavia, non arrivarono. Poteva immaginare, ma non avrebbe fatto domande.
 «Un addio è sempre un qualcosa che non si vuole fare.», riflettè Luke. «Forse è una decisione forzata, ma sicuramente non è la decisione che si desidera prendere.».
 «Esattamente.».
Nel caminetto si erano spente le ultime fiamme, lasciando intravedere solo il rossore delle braci. Matthew si alzo per aggiungere nuova legna, prendendola da una piccola catasta ordinata al lato del focolare, che preparava ogni mattina.
 «Te lo dico io cos'è un addio.», disse voltando le spalle all'amico.
 «Sentiamo.»
 «Gli addii sono due treni. Viaggiano su due binari paralleli che non finiscono mai. Sono affiancati, viaggiano insieme anche per molto tempo, ma ad un tratto uno accelera.». Richiuse il camino, sfregò le mani per liberarle dalla polvere e tornò a sedersi.
 «Vedi, Luke...», continuò Matthew, «Quei binari saranno paralleli per sempre, ma i treni non viaggeranno più insieme.».
 «Hai sottolineato il fatto che i binari saranno sempre paralleli.», osservò Luke.
 «Proprio così. Io penserò sempre alla persona a cui ho detto addio, e lei penserà a me. Saremo sempre legati. Non dimenticheremo.».
Luke era pensieroso. Pensò che se fosse successo a lui, forse avrebbe preferito dimenticare o chissà...
 «Tu cosa ne pensi, Luke?».
Luke non lo sapeva. «Penso che non ci sono mai passato e non posso dirti come mi sentirei...», bevve un sorso. «E' evidente che questa persona è stata davvero importante per te. Forse non vi vedrete mai più, ma, l'hai detto... i vostri binari saranno sempre paralleli e sarà bello pensare a lei per il semplice fatto che ti ha dato molto».
 «Sarà bello? Non lo so. Non ho ancora capito se sarà bello o se pensarci peggiori solo le cose.»
 «Questo credo dipenda da te, Mat».
Matthew si voltò a guardare il vecchio amico e, d'un tratto, fu davvero felice di essere di nuovo a casa.
 «Ci penserò.», disse Matthew, sorridendo.

 "Ci penserò..."


Andrea


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mercoledì 9 gennaio 2013

Vi presento Matthew e Luke

Era ormai notte e fuori faceva freddo. L'inverno, che fino pochi giorni prima si confondeva ancora con i colori caldi di inizio dicembre, s'impadroniva del panorama sempre più spoglio. La sera aveva portato la nebbia e al di là della finestra non si scorgevano i profili delle colline, nè il luccichio dei piccoli paesi illuminati. Poco importava. Matthew era nato in quella casa e in cinquant'anni aveva ammirato quello spettacolo abbastanza da conoscerlo in ogni suo particolare, come se stesse guardando una fotografia. Era bello tornare a casa. Riaccostò le tende e pensò che quella notte avrebbe aggiunto altra legna nel caminetto.
Nel salotto, il fuoco era ben acceso. Si stava al caldo.
«Ehi, Luke. Ti vedo comodo! E così siamo di nuovo nella nostra stanza preferita.». Luke era un amico di vecchia data e quella sera era venuto a fargli visita nonostante le strade non fossero le migliori. D'altra parte non si vedevano da molto tempo, quasi due anni, periodo in cui Matthew aveva vissuto lontano da casa. Era seduto sulla sua solita poltrona.
«Finalmente! Mancava anche a me.»
«Non ne dubito. E mancano i nostri discorsi.»
Matthew si avvicinò al focolare. Sorrideva. Quante sere aveva passato in quel modo? Non poteva dirlo. Luke veniva a casa sua quante più volte possibile e i discorsi raramente si fermavano ai fatti quotidiani. Lì si parlava di tutto, senza pensare a nascondere se stessi o i propri pensieri. La loro amicizia era abbastanza radicata da consentire ai due di essere sinceri fino in fondo e in quel salotto si mettevano a nudo i problemi veri, si esprimevano preoccupazioni o, più semplicemente, ognuno si raccontava come solo tra amici veri è possibile.
Così, dopo tanto tempo, il salotto sarebbe rinato.
«Immagino ce ne siano di cose da dire dopo due anni.» disse Luke visibilmente felice.
«Senza dubbio. Tuttavia conosci già le cose che ho fatto. Adesso sto tirando le somme di questi anni e ci sono molte riflessioni che vorrei fare con te.»
«Siamo qui apposta! Che ne dici, iniziamo a riflettere sul buon whiskey che hai portato da non so dove?», propose Luke con un ghigno. La bottiglia e i bicchieri erano già sul tavolino al centro della sala.
«Non ti sfugge nulla, eh?»
«Nulla che si possa mangiare o bere!»
Luke, pensò Matthew, era sempre lo stesso. Allegro, con il sorriso sempre in mostra, le guance rosse e tozze con gli immancabili baffi nerissimi e un po' di pancia. La sua simpatia non era cambiata.

"Sì, sono tornato. E passerò molte sere come questa: a parlare, parlare e ancora parlare."


Andrea


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lunedì 7 gennaio 2013

Gioco!


Carissimo amico,

scrivo oggi con la volontà di stupirti! Non tanto in virtù di una spiccata abilità linguistica (cosa ancora assai lontana dalla verità), ma con uno scritto bizzarro a dir poco!
Dichiaro fin da subito una assoluta mancanza. Proprio così! In caso riuscissi a stupirti, lo farò a causa di una mancanza, invitandoti, tra l'altro, ad imitarmi, caso mai tu abbia voglia di sforzarti un po' con un giochino.
Già... il giochino, davanti a cui ci troviamo ora, richiama una diffusa norma: "ti accorgi di quanto sono importanti solo quando non li hai più!". Ma cosa??? Lo dico dopo, non andiamo troppo di corsa!
Prima voglio ancora chiarirti una cosa: a conti fatti, scrivo, scrivo un sacco, ma non ho proprio nulla da raccontarti. Proprio così, non so cosa raccontarti, mi sto sforzando al massimo, ma non puoi immaginarti quanto sia complicato il giochino  in cui, ignaro, addirittura tu hai un ruolo. Fidati, sarà dura, ma fra poco riuscirò ad arrivarvi al fondo, così portò chiarirti di cosa si tratta.
Tutto capita a causa di una mia prof di italiano. Un giorno mi raccontò di un uomo, nato in Francia. Lui finì un libro (lo dico ancora: un libro!!!!), prima di dirsi soddisfatto dal gioco. Io mi limito a buttar giù qualcosa, non sono di sicuro bravo quanto lui! Avrai capito ormai, si tratta di un gioco di scrittura! Ci sto provando, magari, quando finirò, ti farai una risata! Finisci matto con 'sto gioco, provalo con calma! Io sono stanco morto dopo un quarto di pagina!
Dichiaro, allora, l'unica norma! Anzi, la capirai tu!

Ti dico solo una cosa: in tutto lo scritto davanti ai tuoi occhi, NON figura la "e"!!

Provaci! Pubblica il risultato sul mio blog, basta contattarmi!

Ciao!!!

Andrea

sabato 5 gennaio 2013

Prova le mie emozioni


Il tempo passava scandito dal dolce deflusso della sabbia in una clessidra ed ogni granello, ogni secondo, era una nuova esplosione che tormentava il suo cuore.
Lui era solito associare i sentimenti ad un colore. Questa volta non era così facile definire quello che provava. Si ritrovò a seguire se stesso in un vortice infinito di emozioni, sensazioni, angosce, tutte cose che conosceva benissimo e a cui attribuiva facilmente un colore, ma così, tutte insieme, non sembravano avere un nesso logico: erano qualcosa di più.
Perché doveva soffrire a tal punto? Lui non voleva provare dolore a causa dei sentimenti, sarebbe stato troppo tentato...
Soffrire. "Devo soffrire e resistere", diceva a se stesso.
Dal canto loro, i sentimenti non gli lasciavano alternativa. Non poteva semplicemente ignorarli, erano troppo forti: l’unica soluzione era assecondarli e cercare, per quanto possibile, di tenerli sotto controllo.
In realtà, la sua sensibilità era fuori dal comune e lui lo sapeva. Non vivere fino in fondo ciò che provava era pressoché impossibile. Lui conosceva i sentimenti, non si limitava a provarli: facevano parte della sua persona in modo del tutto speciale. Solo lui li viveva così intensamente, solo lui poteva vederne i colori.
Da bambino, dopo tante lacrime, aveva imparato a difendersi da ciò che aveva dentro.
Ma quel momento lo spinse oltre le sue certezze.  Incrociare ancora quegli occhi... e i capelli, le mani, il profumo. Le mura non potevano sostenerne l'urto. Il suo petto fu investito da un peso così opprimente che ogni sua difesa venne spazzata via, come argini troppo deboli per contenere un fiume in piena.
Si lasciò tentare. Sentì una mano trapassargli il torace, chiudersi invisibile attorno al suo cuore e prendere qualcosa che faceva parte di lui.
Un brivido lungo la schiena. Il dolore cessò.
La voce di lei esitò un istante.
Più tardi, quella notte, fu lei a baciarlo.

Andrea